giovedì 26 gennaio 2017

Tiziano Terzani sulla Cina e la globalizzazione

Parole attualissime anche  per i nostri giorni scritte da Tiziano Terzani nel suo libro "Un indovino mi disse", pubblicato nel 1995 ma ambientato nel 1993, un anno in cui l'autore e protagonista nel libro viaggia in lungo e in largo per l'Asia senza prendere aerei a causa di una profezia di un indovino di Hong Kong, che aveva previsto che se avrebbe preso un aereo durante quell'anno sarebbe morto.

"Strano destino, quello di Mao! Aveva voluto dare vita a una nuova Cina, rifondando la sua civiltà, imponendole nuovi valori e aveva finito per distruggere quel poco che ancora restava della vecchia. È stato Mao a voler togliere ai cinesi quell’ultima coscienza di essere diversi grazie alla loro civiltà per mettere loro in testa che erano diversi perché erano rivoluzionari. È bastato dimostrare che quella rivoluzione era un fallimento perché la tragedia arrivasse al suo epilogo, perché i cinesi andassero alla deriva e fossero presi dalla corrente dei tempi: quella di diventare come tutti. Poveri cinesi!
  Il destino di questa straordinaria civiltà che aveva, davvero per millenni, preso un’altra via, che aveva affrontato la vita, la morte, la natura, gli dei in maniera diversa dagli altri, mi rattristava! Quella cinese era una civiltà che aveva inventato un suo modo di scrivere, di mangiare, di fare l’amore, di pettinarsi; una civiltà che per secoli ha curato diversamente i suoi malati, ha guardato diversamente il cielo, le montagne, i fiumi; che ha avuto una diversa idea di come costruire le case, di fare i templi, un’altra concezione dell’anatomia, un diverso concetto di anima, di forza, di vento, d’acqua; una civiltà che ha scoperto la polvere da sparo e l’ha solo usata per fare fuochi d’artificio invece che proiettili per i cannoni. Quella civiltà oggi cerca solo di essere moderna come l’Occidente; vuole diventare come quell’isolotto ad aria condizionata che è Singapore; produce giovani che sognano solo di vestirsi come rappresentanti di commercio, di fare la coda davanti ai fast food di Macdonald, di avere un orologio al quarzo, un televisore a colori e un telefonino portatile.
  Non è triste? Non dico per i cinesi. Ma per l’umanità in genere, che perde molto nel perdere le sue diversità e nel diventare tutta uguale. Mao aveva capito che, per salvare la Cina, bisognava proteggerla contro l’influenza occidentale e farle cercare una soluzione cinese al problema della modernità e dello sviluppo. Nel porsi il problema Mao era stato grande. Grande era stato anche nello sbagliarsi sul come risolverlo. Ma sempre grande, Mao: grande poeta, grande stratega, grande intellettuale e grande assassino. Ma grande come la Cina. Così come ora è grande la sua tragedia.
  Se qualcuno, fra qualche secolo, riuscirà a guardare indietro alla storia dell’umanità, la fine della civiltà cinese gli dovrà apparire come una grande perdita, perché con quella è finita una grande alternativa la cui esistenza forse garantiva l’armonia del mondo.
  Non è un caso che siano stati i cinesi a scoprire che l’essenza di tutto è l’equilibrio fra gli opposti, fra lo yin e lo yang, fra il sole e la luna, la luce e l’ombra, il maschio e la femmina, l’acqua e il fuoco. È nell’armonia fra le diversità che il mondo si regge, si riproduce, sta in tensione, vive." 

Tratto da Tiziano Terzani "Un indovino mi disse", 1995

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