giovedì 9 aprile 2015

Energy Flash: considerazioni sulla genesi della techno e sul concetto di underground

Considerazioni molto interessanti tratte da questo libro e segnalate sul profilo facebook di Giosuè Impellizzeri a questo link

"Energy Flash", l'epico libro scritto da Simon Reynolds nel 1998 e recentemente ripubblicato in una versione aggiornata, mi ha appassionato per innumerevoli motivi. Evidenzio alcuni dei passaggi che ritengo fondamentali e condivisibili per diverse ragioni.

«Ho rispetto ed amore totale per gli iniziatori ma ricordo di essere stato un po' confuso da quella compilation di Detroit del 1988, perché non mi sembrava altrettanto anticonvenzionale rispetto alle tracce Acid House. Dal punto di vista musicale, tutte le cose di quel periodo sono imprescindibili ma all'epoca il ruolo di Detroit sembrava subalterno a quello della House di Chicago. La gente iniziò davvero a parlare di Detroit come origine delle idee e dei principi fondamentali (idee e principi che erano stati traditi) solo quando prese piede l'Hardcore, nel 1991-1992. Era una mitologia di ritorno, reazionaria. L'esplosione del Rave ha avuto come forza di propulsione l'Acid House, Todd Terry e la House "pianistica" italiana. Strings Of Life è stato un inno Rave, certo, ma se ci fosse stata solo la Techno di Detroit non ci sarebbe stata nessuna cultura Rave ma solo una rete di piccole scene alla moda in varie città sparse per il mondo. 
L'idea di Detroit come "alpha e omega" della musica Dance elettronica è storicamente imprecisa perché non è affatto vero che non c'era nessuna forma di musica Dance elettronica prima che Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson iniziassero a produrre le proprie tracce. In realtà loro reagivano a stimoli musicali che provenivano dall'Europa» (in relazione a ciò, è interessante il parere di Adam Lee Miller degli ADULT./Le Car, tratto dallo stesso "Energy Flash": «Mi emoziona sempre sentire qualcuno che dice che il primo disco Techno è stato Alleys Of Your Mind di Cybotron. Quel singolo in 7" uscì nel 1981 e per me era un disco New Wave. Tra l'altro è molto vicino a Mr. X degli Ultravox. Penso che la gente lo definì Techno solo perché Juan Atkins è nero»). 
Continua Reynolds: «Più realistico è vedere Detroit come un nodo cruciale in una rete, una stazione di interscambio, un momento in cui la musica si è fermata per un po', prima di ripartire. La grande innovazione lasciata da Detroit è stata quella di eliminare le parti vocali e la struttura della canzone: un passaggio fondamentale.

La Techno e i generi a lei affini si identificano come "machine music", musica per macchine. C'è una specie di culto per alcuni suoni in particolare o per alcune attrezzature, con band che scelgono nomi come 808 State o House Of 909, prendendoli in prestito da quelli di batterie elettroniche della Roland. Ma l'idea di una musica Techno devota agli ultimi progressi della tecnologia oscurerebbe il fatto che in realtà si tratta di una cultura ampiamente basata su macchinari e forme di comunicazione fuori moda. I vinili, quando i Rave hanno preso piede, erano già obsoleti. Molti dei più celebrati sintetizzatori o drum machine non erano all'ultimo grido, erano modelli spesso fuori produzione o quasi, come la Roland TB-303. Quando sulla scena si affaccia un nuovo strumento, agli inizi è talmente costoso che solo musicisti già affermati e facoltosi vi hanno accesso e lo usano, seguendo il loro stile, in linea con la produzione musicale che li ha già resi ricchi. Poi i prezzi delle attrezzature crollano e tutti possono accedervi. In queste circostanze accade che siano non musicisti culturalmente scaltri a scovare tutte le possibili applicazioni dei nuovi macchinari. Tendo a valorizzare le fasi in cui le ondate di barbari del do it yourself, armati di acuto ingegno, si appropriano di nuovi strumenti e trovano nuovi modi per piegare quelli esistenti alle loro necessità, come nella Hardcore coi breakbeat accelerati, le linee di basso sinusoidali e le voci che squittiscono. Amo quei momenti in cui la gente che infrange le regole (perché non conosce le regole) prende l'iniziativa ed inizia ad ascoltare musica che suona "sbagliata" ma interessante, nata dalla fusione di elementi incongrui.

Nella Dance, "underground" non ha un significato politico, se non quello di una vaga militanza e di un'altrettanto vaga avversione alle strategie delle multinazionali. L'industria del Pop mainstream viene vista come latrice di una versione diluita e compromessa della "roba originale" che, nella sua forma più vera e spontanea, è la musica di strada. "Underground" non significa automaticamente controcultura e identità politica di sinistra. Come l'Hip Hop, il Rave è una cultura post-socialista. L'attività imprenditoriale è un mezzo di espressione: organizzare feste nei capannoni e promuovere Rave, mandare avanti piccole etichette discografiche, tenere DJ set, lavorare in negozi di dischi specializzati, vendere le tracce che si sono prodotte. Tutte queste attività coinvolgono persone che certo vogliono guadagnare dei soldi, ma che vogliono anche produrre "capitale culturale", facendo cose che trovano piacevoli e ritengono giuste. Perciò la divisione tra underground e mainstream è tutta interna al capitalismo: è il micro-capitalismo contro il macro-capitalismo. Quest'ultimo è il nemico non perché è corrotto o interessato al profitto, ma perché è burocratico, incompetente, lento e non è in grado di rispondere con agilità alle rapide evoluzioni di gusto delle persone.
Ciò che è accaduto a metà anni Novanta è che alcune unità micro-capitalistiche si sono trasformate in aziende di medie dimensioni (Warp, Cream) e che alcuni elementi all'interno delle major si sono attivati per tentare di attrarre nella propria orbita la cultura Dance (grosse etichette discografiche hanno aperto sussidiarie specializzate per produrre tracce da club). La caratteristica principale dell'approccio macro-capitalistico è la visione a lungo termine e il tentativo di raggiungere economie di scala (la mentalità del blockbuster). Il micro-capitalismo è a breve termine, è orientato al consumo immediato: è la bootleg white label del brano R&B del momento, piena di campionamenti illegali, capace di guadagnare qualche migliaio di pound in poche settimane, un disco che si vende grazie al passaparola. Un modo di operare "macro" invece sarebbe quello di consolidare la carriera dell'artista, attraverso album e campagne di marketing».

Nessun commento: